Benvenuti a bordo Afroitaliani-su sta nave non s'affonda

 

Razzismo all'italiana

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Salvate Marie-Claire, dal Rwanda!

 

 

 

 

SALVATE MARIE-CLAIRE!

 

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Radici in evoluzione: Aida Bodian

 

Questa settimana abbiamo un’ospite d’eccezione: Aida Bodian, promotrice culturale e presidente dell’organizzazione non profit Roots Evolution, nonché fondatrice della community DiverCity Hub. Italia e Senegal nel cuore, cresciuta in un borghetto di Treviso tra le piccole sfide quotidiane dell’essere diversa. Insomma, un’afroitaliana come noi. Addentratevi con me nell’intervista più sincera e a cuore aperto che Afroitalian abbia mai fatto. 

Di razzismo, traguardi e…bambini. Ready?

 

L'INTERVISTA

 

 

 

Cara Aida, grazie per aver accettato l’invito di afroitalian.it

Ora manda giù un bel sorso di caffè, tieniti una barretta al cioccolato a portata di mano e chiudi la porta della tua stanza. Perché stai per immergerti in un mare in tempesta: riccioli birichini al posto delle alghe, pettini invece che pesci, zattere ribaltate e schiuma per capelli. Sei pronta? Ti promettiamo che quando riemergerai avrai i capelli disordinati ma scintillanti, ornati di pappagalli chiacchierini sotto a un sole stupendo.

Tre, due, uno…

 

 

Cara Aida, parlaci un po’ delle tue origini. Dove sei nata e dove sei cresciuta?

Partiamo dal 1992, anno in cui sono arrivata in Italia con mamma e sorella più piccola dal Senegal. Ho vissuto per due anni a Lonato del Garda. Qui ho frequentato i primi due anni delle scuole elementari. Nel 1994 papà ha trovato lavoro in Veneto e quindi abbiamo traslocato a Treviso. In questa città ho trascorso la mia infanzia e adolescenza, fino a quando non mi sono trasferita per amore in Emilia Romagna nel 2008.

 

Ci dici qualcosa della tua famiglia, natale e presente?

Ho quattro sorelle e un fratello. Lamine è il più grande, poi ci siamo io, Fatou, Adama, Ewa, e Sofia. In casa la compagnia non è mai mancata! Siamo molto uniti e abbiamo quasi sempre fatto le cose assieme: dalle uscite di gruppo agli scambi di vestiti… 

Fino al 1997 mi consideravo la sorella maggiore perché Lamine e Fatou si sono ricongiunti a noi solo in quell’anno. Ero un bambina abbastanza responsabile: mamma e papà dovevano lavorare e io badare alle sorelle più piccole.

Ai tempi vivevamo in un borghetto, ci conoscevamo tutti, quindi non mancavano le zie acquisite che ci aiutavano. Ho avuto due famiglie natali: quella del sangue, senegalese, e quella del cuore, italiana, composta da tutte quelle belle persone che ci hanno aiutato a integrarci in un paese che non conoscevamo bene.

 

 

Noi ci siamo incontrate quando entrambe eravamo gravide! Come è stata per te l’attesa prima della tempesta?

Questa è la mia seconda gravidanza, diversa rispetto alla prima per via di qualche disagio iniziale. L’attesa però è stata emozionante. Credo che la maternità sia una cosa indescrivibile, sia perché ognuno la vive a proprio modo, sia perché rimane uno degli eventi più misteriosi della vita. Quando ci siamo incontrate sapevo di attendere una bimba. Alcune cose me le ricordavo, come gli infiniti esami da fare, ma tante altre le ho riscoperte.

 

 

Come è essere mamma?

E’ bello, è gratificante, ma a volte anche faticoso per chi come me vuol fare sempre tanto e lotta contro il tempo. Ho due bambini, un maschietto di sei anni e una bimba che a breve compierà il primo anno. Dicono che Malick assomigli a me: è un pozzo di energie, praticamente sta fermo solo quando va a dormire. L’essere esibizionista e curiosa l’ha preso da me, stando a mia madre (mah, se lo dice lei :-)) La piccola Aicha invece è la fotocopia del papà al femminile, furbetta. Sia papà che fratello sono molto protettivi verso la piccola e lei ha capito come sfruttare a suo vantaggio questa cosa. Sono felice del rapporto che c’è nella mia famiglia. Si scherza, si gioca, si insegna, si impara e si riscopre. Ho due bimbi svegli ed è bello crescere assieme.

 

 

Hai paura che la tua piccolina abbia difficoltà d’inserimento crescendo? Se sì, come credi di affrontare la cosa?

La piccola conquista tutti con il suo sguardo. Ironia a parte, spero di no. Qualche situazione strana l’ho vissuta con il fratello. Anche se lui sa farsi amare e non ha grandi problemi di adattamento, mi è capitato di vivere qualche episodio dove mi sono trovata un po’ in difficoltà. Vi racconto un aneddoto.

Ci trovavamo dal medico. Malick si avvicinò a una bimba, lui è molto socievole. La guardò, le sorrise, la bimba invece fece un po’ la diffidente. A un certo punto la madre disse alla bimba di chiedere a Malick come si chiamava. Lei se ne uscì con un "No". La madre insistette, ma la bimba continuò a dire no. La mamma le chiese perché non volesse sapere il nome di mio figlio e lei rispose: "Perché è nero”. Calò il silenzio. 

Continuò a ripetere: “Lui è nero”; la mamma le disse che non erano parole da pronunciare. Vidi nei suoi occhi un po' di vergogna, anzi no, tanta; le altre persone nello studio restarono in silenzio a guardare. Io richiamai Malick a sedersi vicino a me, ma lui niente. Non sapevo che faccia fare anch’io.

 

 

Testardo come al solito, Malick prese la sedia e si riavvicinò alla bimba, la continuò a guardare e dopo un po' mi chiese di farlo giocare col mio telefono. Glielo lasciai e iniziò a giocare. Lui cominciò a fare il fighettino e ridendo spiegò alla bimba il gioco che stava facendo. Lei incuriosita si decise ad avvicinarsi e iniziò a fare la simpatica, conversando con Malick. Quando finalmente prese confidenza, gli chiese tranquillamente: "Come ti chiami?”. Lui rispose con un mega sorriso: “Malick". E così iniziarono a giocare come dovrebbero fare i bimbi della loro età, senza troppi problemi. 

Finché la bimba se ne uscì con una nuova domanda imbarazzante: "Ma chi è la sua mamma?”. Io le volevo urlare: "Ma se prima non volevi giocare con lui perché ti sei resa conto che è nero, sarai in grado di capire che l'unica altra persona nera nella stanza sia sua madre". Le sorrisi facendo finta di niente e sua madre le indicò che la mamma di quel bravo bambino nero ero io. Continuarono a giocare fino a quando non arrivò il loro turno per entrare. La bambina allora rivolse un ciao a Malick, sua madre mi sorrise e io gioii di come si fosse comportato mio figlio. 

Quindi come affronto queste cose? Finché ci riesce, lascio mio figlio libero di risolvere la situazione a suo modo. Sono una madre fortunata, Malick è abbastanza sveglio e ha una visione delle cose che magari io non ho più, causa preconcetti e pregiudizi del diventare grandi. Quindi lo lascio libero di esprimersi, sempre vigilando le situazioni, e nel caso intervengo.

 

 

E tu, hai avuto difficoltà d’inserimento in Italia? Te lo chiedo perché io ci ho scritto un libro intero sull’argomento;D (Razzismo all’italiana -cronache di una spia mezzosangue, acquistabile qui).

Non ho avuto  grandi problemi, a parte qualche piccolo episodio tipico di dispute adolescenziali.

Quando sono arrivata in Italia praticamente ero l’unica bambina nera.

Sia a Lonato del Garda sia a Treviso ho trovato tante persone che ci hanno ben accolto e aiutato. 

Certo, non era tutto rose e fiori. Ci sono state le battutine stupide adolescenziali tipo “sembri una scimmia, mangiate tutti con le mani”, dettate dall’ignoranza.

C’è stato qualche pianto per il mio colore della pelle che diventava strumento di misura della mia persona e fonte di spiacevoli pregiudizi.

Ricordo che a 16 anni fui chiamata per il mio primo lavoretto estivo. Ero entusiasta. Al bancone c’era un signore, gli dissi: “Sono venuta per il colloquio di lavoro.” E lui: “Ah, sei tu? Credevo fossi un’altra persona. Guarda siamo a posto così”. Mi sentii raggelare e ci rimasi male per un paio di giorni. Al telefono non si poteva capire che ero di colore, d’altronde se uno parla un italiano perfetto, con un accento così veneto, può essere solo italiano.

Mi sono ritrovata in diversi punti del tuo libro “Razzismo all’italiana”, come tanti altri giovani che più o meno hanno avuto una simile esperienza. In Italia il fenomeno dell’integrazione è più risentito in questo periodo e sono felice del contributo che stanno dando diverse realtà e figure come te, nel creare sani modelli e fornire sostegno a chi spesso viene messo in disparte.

 

 

Parlaci dei tuoi progetti interculturali e del tuo curriculum di studi.

La donna dai mille progetti, come mi battezzano in famiglia. Sono una ragazza che ha fatto e fa della diversità il suo punto di forza, e tutti i miei progetti sono collegati ad essa. 

Vivo la diversità come una fonte di ricchezza, una base per riscoprire la vera bellezza di ognuno di noi, la nostra unicità. 

Per diffondere questo messaggio è nato DiverCity Hub, inizialmente “Diversity Is The Real Beauty”, la diversità è la vera bellezza appunto. E’ una community che punta sulla costituzione di una rete in cui sviluppare progetti sociali che mirano alla valorizzazione della diversità. Si sta sviluppando anche in un magazine specializzato.

 

 

Sulla base di DiverCity Hub si è costituita a dicembre l’associazione Roots Evolution di cui sono presidente. E’ un’organizzazione non profit con sede a Reggio Emilia, costituita da persone di paesi, culture e tradizioni diverse, ma nate o cresciute in Italia. L’obiettivo è partire dalle radici per evolversi. Evolversi mantenendo le radici. Dare voce a tutte quelle persone multi-identitarie, parte di una nuova generazione di italiani cittadini d’Europa e del Mondo.

Per quanto riguarda il curriculum sono diplomata come perito turistico. Dopo le superiori ho lavorato in uno studio legale, quando mi sono trasferita a Reggio Emilia in un’azienda che si occupa di media intelligence, pubblicità, sponsoring e marketing. Purtroppo il mio rapporto di lavoro si è concluso, causa la crisi che ha colpito anche la nostra azienda, e da qualche annetto mi ritrovo senza impiego. Ora mi concentro su ciò che mi piace fare: il settore della comunicazione e del digital marketing.

 

 

Senegal o Italia nel cuore? 

Il mio cuore è per l’Italia anche se in questi ultimi anni batte forte anche per il Senegal. Ci credi che da quando sono arrivata, ancora non ci sono stata? Ormai sono venticinque anni.

Inizialmente non sentivo la necessità di visitare il mio Paese. Tutta la famiglia era in Italia, in Senegal avevo i nonni e gli infiniti zii.

Poi crescendo la mia visione del paese natale è cambiata. Un po’ per i racconti degli amici che ci sono stati, un po’ per capire le mie origini, la voglia di scoprire il Senegal è diventa sempre più forte.

Ho sempre dichiarato che la bellezza dell’Italia sia unica: l’adoro non perché è il Paese che più mi sento di poter definire casa, visto che ancora non ho messo piede nel mio paese natale, ma perché secondo me la sua bellezza è ineguagliabile. A partire dalla natura: dalle Dolomiti, al mare della Sardegna; dal patrimonio culturale e dalle grandi città come Venezia, Roma e i piccoli borghi da scoprire. E poi ancora la gastronomia, la moda. Quindi?

Come il mio neonato blog personale, mi definisco una Afrital Girl, un’essenza afroitaliana.

Il mio cuore batte per il bello e il buono che riesco a recepire da queste due culture.

 

 

Dove desideri crescere la tua piccolina?   

Indipendentemente dal Paese, vorrei che i mie figli crescessero in una comunità dove possano esprimersi liberamente e venire apprezzati per ciò che sono. Voglio che crescano in un paese dove il colore della pelle non faccia la differenza, in un paese che garantisca diritti ma anche doveri, in un paese che garantisca loro un futuro affidabile.

 

 

Un consiglio alle mamme di bimbi che nascono a cavallo di culture diverse in Italia.

Il mio consiglio è quello di far conoscere entrambe le culture e lasciare che i bimbi li accolgano a braccia aperte. Credo che ci sia un’inestimabile ricchezza dietro la coscienza di chi sa cogliere il meglio di due culture differenti.

 

 

Infine, un messaggio per i lettori di Afroitalian.

AfroItalian è una barca che non affonda! Stai facendo un ottimo lavoro con la tua piattaforma, con la condivisione di storie e progetti bellissimi. Sono felice della nascita di questi punti di riferimento che avrei desiderato scoprire quando ero più piccola. C’è ancora tanta strada da fare, ma siete (siamo) sul cammino giusto. Quindi vento in poppa e avanti tutta.

 

 

Mi trovate qui:

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Comments

June 16, 2017 @09:06 am by — Lorenzo
 

Mi è piaciuta un sacco questa intervista, è davvero onesta. Pensare al razzismo a cui sono soggetti i nostri ragazzi mi fa accapponare la pelle e parlarne in maniera così diretta mi ha fatto versare qualche lacrimuccia...grazie Aida

June 14, 2017 @08:11 am by — Fabiana
 

In bocca al lupo! Bellissima intervista mi avete fatto commuovere!!! <3

June 09, 2017 @11:52 pm by — Annamaria
 

Bravissima Aida e avanti così, forza Senegal

June 09, 2017 @01:40 pm by — Giada90
 

Sei bellissima Aida, continua così.

June 09, 2017 @01:21 pm by — Thereza
 

Complimenti Aida e in bocca al lupo!

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